Helda meaning.

Helda /ˈɦeld̪a/: antico nome germanico che significa "guerriera".

domenica 30 marzo 2014

La stiamo perdendo...

La stiamo perdendo, carica a cinquanta.
Sono state due settimane frenetiche, ancora mi porto dietro lo stress per aver preparato e dato due esami nello stesso giorno e tra poco ne darò un altro a distanza circa di quattordici giorni. E se tutto va bene come spero, significherebbe avere un numero poco elevato di esami che mi dividono dalla laurea. Certo, ammesso che sia illuminata sulla via di Damasco e anzichè ottenere la fede, mi venga invece consegnata una maggiore conoscenza di fisica e quindi di acustica musicale. Ma ne dubito. Non ho il cavallo e in realtà non ricordo nemmeno bene dove sia Damasco.
Ad ogni modo sento quell'adrenalina fastidiosa che precede e succede gli esami e di cui avrei voluto liberarmi almeno per un po' prima di avvertirla ancora. E nel frattempo continuo a leggere, passando così gran parte della mia giornata a contatto con i libri, tra quelli per gli esami e quelli che mi concedo come piacere personale.
Leggo come un'ossessa, come se fossi drogata dell'inchiostro stampato sulla carta ruvida e del suo incredibile ed unico profumo. E in effetti non mi rassicura tanto il fatto che in due post di seguito (scritti in un tempo abbastanza dilatato rispetto ai miei standard), io stia parlando di libri e di quanto sia assuefatta dalle storie.
Libera!
Mi rendo vagamente conto che è uno di quei periodi in cui mi sento allo stesso tempo frenetica ed accidiosa. Probabilmente è colpa di marzo, non è uno dei mesi che più preferisco a causa dei capricci del meteo che per una meteoropatica come me non sono proprio il massimo. Per cui mi ritrovo in un momento a studiare freneticamente, l'attimo dopo leggo altrettanto freneticamente, poi vorrei scrivere e fare altre cento cose, ma già le prime due mi risucchiano così tanta energia che alla fine vago per casa con delle occhiaie terribili, la mente piena di parole diverse e dissonanti tra di loro ed un gran mal di testa.
E per di più sento di aver bisogno di una vacanza, l'idea che manchi quasi un mese a Pasqua è quasi insopportabile, soprattutto perchè i quattro giorni passati a Napoli la settimana scorsa subito dopo gli esami, sono stati frenetici esattamente come quelli che li hanno preceduti e anche come quelli dopo. E non ho avuto il tempo di fare nemmeno la metà delle cose che avrei voluto e di vedere le persone che desideravo vedere.
Ma si tiene botta. Nel frattempo spero sul serio che la fisica penetri nella mia testa come per magia e che il potere della botta di culo mi assista, almeno per una volta.
In fondo ci sono esami per cui bisogna solo studiare ed apprendere, ma quando questo non è possibile allora non si può fare altro che sperare nel fattore C.


Si sentiva irrequieta. Lavò accuratamente i piatti mentre la lavatrice centrifugava quella massa colorata e informe di vestiti e si concesse di stenderli minuziosamente dopo aver pulito la cucina, indugiò su ogni vestito cercando di non sgualcirlo e per alcuni provò anche ad abbinarli al colore delle mollette.
Probabilmente se qualcuno l'avesse osservata dall'esterno avrebbe pensato che fosse un po' svitata, non era del tutto certa di poter confutare quella tesi. Forse lo era davvero.
Entrò nella sua camera con quell'opprimente sensazione di vuoto che si ingigantiva nel suo petto minacciando di inghiottirla in un'oscurità perenne. Si sentiva incompleta, come se le mancasse qualcosa. Qualcosa di importante, una parte di se stessa, come una gamba o una mano. 
Tamburellò impaziente le dita sul compensato color ardesia della scrivania cercando in vano una distrazione. Sapeva che nulla avrebbe potuto distrarla; l'unico modo per far sparire quella sensazione sarebbe stato soddisfarla.
Alla fine decise.
Aprì l'anta in legno chiaro del suo armadio e prese a caso un paio di jeans, dopodichè aprì un altro ripiano del mobile e scelse una maglia. In altre circostanze la scelta dei vestiti che avrebbe dovuto indossare avrebbe richiesto un tempo molto superiore, ma in quel momento non importava. Le mancava. Quella era l'unica cosa che importava. Si vestì velocemente nell'angusto bagno lasciando la porta semiaperta e, sebbene avesse fretta di colmare finalmente quell'assenza, il suo moderato narcisismo ebbe la meglio su di lei, così indugiò qualche minuto passando del mascara sugli occhi e del phard sulle sue guance pallide. Il suo riflesso allo specchio le restituì un'occhiata severa, quasi accusatoria, soffermandosi sulle ombre scure che aveva sotto agli occhi e che ne scurivano ulteriormente il colore. Sapeva che anche il migliore dei correttori non le avrebbe coperto quelle occhiaie e comunque non aveva importanza.
Tornò nella sua camera infilando a caso delle cose nella borsa mentre in equilibrio su un piede, infilava la scarpa sull'altro, poi prese un cappotto che indossò quando era già alla prima rampa di scale del palazzo in cui abitava.
Percosse rapidamente quella strada familiare, avrebbe potuto farla ad occhi chiusi e in quel momento sembrava frenetica come avrebbe potuto esserlo un cocainomane che raggiungeva lo spaccio più vicino. Ogni passò che faceva diminuiva la distanza da lui.
Ne percepiva già l'odore e la sua dolce ruvidezza al tatto, sapeva che non se ne sarebbe mai stancata.
Arrivò quasi ansimante per il passo accelerato, non era nemmeno del tutto consapevole di quanto tempo avesse impiegato, si era diretta lì come se fosse un automa. 
I suoi occhi la fissarono sorpresi tra la gente, l'avrebbe riconosciuta dovunque e non poteva essere altrimenti. 
— Signorina, già di ritorno? Ne ha preso uno solo ieri pomeriggio.
Lei sorrise un po' imbarazzata poggiando il libro sul bancone — Non avrei potuto aspettare oltre.
[Tratto da le avventure di Helda, riportate sulle note della sua pagina Facebook]

sabato 22 febbraio 2014

"Dipendenza da libri".

A volte mi chiedo cosa spinga le persone a fare uso di droghe, ad ubriacarsi fino a vomitare o magari a fare entrambe le cose, con disinvoltura. Non è finto perbenismo il mio o voglia di giudicare, ognuno è libero di fare ciò che vuole, penso solo che io non potrei mai dipendere da qualcosa, la sola idea mi fa venire la nausea; è per questo che assumo quantità industriali di caffeina solo quando sono sotto esame, che non fumo perchè già solo l'odore mi fa star male e per cui bevo alcolici senza però mai esagerare. Non potrei essere dipendente da qualcosa, essere dipendente da me stessa è già un'impresa che richiede abbastanza impegno.
Poi però mi ricordo che ci sono delle cose di cui non posso fare a meno e se non le ho per un determinato periodo, allora avverto uno strano malessere; immagino che sia molto simile all'astinenza. È in qualche modo altrettanto dolorosa, ma decisamente meno pericolosa.
Questo è il motivo per cui di tanto in tanto mi concedo intere giornate dedicate alla lettura, pur sapendo che avrei altro di più importante da fare.
Mi riprometto di non farlo, cerco di evitare le librerie e se proprio non posso, cerco di evitare quegli scaffali che so che attirerebbero la mia attenzione come un panno rosso attirerebbe quella di un toro.
Ma poi mi ritrovo inconsapevolmente al piano -2 de La Feltrinelli di Napoli o a passeggiare senza saperne il perchè tra le numerose librerie che popolano Bologna e allora non posso farci niente. È più forte di me.
So che probabilmente potrà sembrare un po' esagerato, ma io percepisco l'odore dei libri, il profumo della carta stampata e allora la mia attenzione si focalizza su titoli misteriosi e copertine affascinanti. Come mi ritrovi poi a prendere un determinato libro a leggerne le prime cento e più pagine in un'ora mentre sono ancora in libreria quando invece dovrei fare altro per poi pagarlo alla cassa e finirlo poche ore dopo a casa, è un mistero anche per me.
Ho letto il mio primo libro quando ero piccola, era una versione per bambini di Alice Nel Paese Delle Meraviglie in inglese, con le figure. Mio padre me l'aveva regalato nella speranza che, come lui, imparassi ad amare la lettura. Non so allora che effetto mi abbia fatto ricevere un libro, so che lo lessi comunque, perchè il mio inglese era molto migliore di adesso e in qualche modo ne rimasi affascinata. Era un mondo bellissimo.
Poi c'è stato un lungo periodo della mia vita in cui non ho letto nemmeno un libro, anzi li evitavo accuratamente, mi bastavano già quelli per la scuola. Poi si sa, arriva un certo momento a scuola in cui ti assegnano un libro da leggere per le vacanze, che sia la versione leggera e più favolistica di Animal Farm di Orwell o i Promessi Sposi di Manzoni e allora mi resi conto che non potevo più evitare i libri. Alle medie ho letto vari libri che mi erano stati assegnati dalla professoressa di lettere, tra cui appunto i Promessi Sposi, ricordo di aver fatto una fatica immensa per arrivare alla fine del libro, insomma, non è poi una lettura così leggera per una ragazzina di undici anni. Nel frattempo continuavo a studiare e mi rendevo conto che le materie letterarie erano quelle per cui ero più portata, non è un caso se all'esame di terza media io abbia preso il massimo dei voti al compito di italiano, inglese e musica e non sufficiente a quello di matematica. Mai avuta una mente capace di capire le materie scientifiche. Una mancanza che mi sono portata anche al liceo e che porto anche adesso.
Però i libri iniziavano ad affascinarmi, ma non ancora in quel modo totalizzante in cui mi prendono ora. Probabilmente vidi il primo film di Harry Potter (La Pietra Filosofale), non mi piacque molto, perchè in realtà non ero stata molto attenta, infatti non ricordo come sia arrivata poi a leggere tutta la saga (più volte) e a farla diventare mia ricordandola quasi a memoria, ad ogni modo quella è stata la scintilla che ha fatto scoppiare la mia passione per la lettura.
Al triennio del liceo, la professoressa migliore che abbia mai avuto, ci ha quasi obbligati alla lettura, anzi, senza il quasi. Non era poi un peso in effetti, anche se "Due Di Due" di Andrea De Carlo o "La Solitudine Dei Numeri Primi" di Giordano che mi ha consigliato al terzo anno, erano dei mattoni che non se ne scendevano proprio.
Poi ho iniziato a leggere molto, dai classici della letteratura italiana, inglese e francese, fino a qualcosa di più moderno ed ho iniziato a sviluppare un mio gusto personale. Madame Bovary mi ha quasi portato a vagheggiare il suicidio della protagonista dopo aver finito di leggere il libro, le opere teatrali di Shakespeare mi appassionavano incredibilmente, così come Wilde, Hugo, Joyce, Pirandello, la Austen, Kerouac e tanti altri.
Però se c'è qualcosa che davvero mi attira e di cui non posso fare a meno, sono i libri Fantasy, soprattutto le saghe. Chiamatemi pure infantile, sfigata, "non-lettrice", non importa...
Di solito mi attira la copertina o il titolo, prendo il libro, lo inizio a leggere e allora tutto il resto sparisce. I miei problemi, la fame, la sete, il resto del mondo. Io vengo realmente proiettata in quella realtà esistente solo tra le righe di quel libro e non mi importa di nient'altro. Questo è il motivo per cui termino questi libri con una velocità che potrebbe essere da guinness dei primati, ne è un esempio la saga di Shadowhunters di Cassandra Clare, iniziata a leggere giovedì scorso mentre perdevo un po' di tempo a La Feltrinelli di Napoli e terminata ieri (almeno i cinque libri pubblicato fino ad ora), esattamente una settimana dopo, senza neanche passare tutta la giornata a leggere perchè in questi sette giorni ho comunque studiato, frequentato i corsi, mangiato e dormito e tutto il resto. Più di 2500 pagine in quante, ottantaquattro ore circa? Forse anche meno.
Ma la cosa ancora peggiore delle saghe Fantasy, è che provo contemporaneamente un amore incondizionato e un odio struggente per quello che leggo. Le amo perchè non potrebbe essere altrimenti e le odio perchè ho la quasi totale consapevolezza che io non potrò mai scrivere niente di così incredibilmente bello. Ed è piuttosto frustrante anche perchè i miei sogni destabilizzanti e la mia passione per la scrittura potrebbero essere una combinazione vincente per scrivere qualcosa di bello, ma mi sembrerebbe sempre una copia delle saghe che ho letto e tanto amato.
Questo però non mi impedisce di mettere da parte qualsiasi altra storia io stessi scrivendo prima di iniziare a leggere per scriverne una Fantasy e poi arrabbiarmi perchè non è soddisfa sufficientemente le mie aspettative, così mi deprimo e poi riprendo a leggere un altro libro, continuando così in un uroboro infinito che non fa altro che alimentare la mia dipendenza da libri.

Appello a Cassandra Clare, so che probabilmente capiterai su questo blog (del quale probabilmente sei una lettrice accanita): ti prego, pubblica il prossimo capitolo della saga, non puoi avere idea di come sia terribile l'astinenza da libri. 

mercoledì 5 febbraio 2014

Benvenuti nel Paese dei balocchi!

Il cielo è sempre azzurro e va tutto a gonfie vele e vi troverete bene qui nel paese dei balocchi.
Si narra di tempi in cui quello scherzo geografico a forma di stivale tra l'Africa e l'Europa era il centro del mondo, la culla della civiltà più alta, di tutto ciò che il resto del mondo invidiava e provava ad imitare.
Gl italiani - nel senso meno stretto del termine - non hanno mai eccelso nel settore industriale, sebbene sia tra i primi dieci paesi industriali al mondo, l'Italia non ha quel tipo di risorse che hanno altri paesi e, diciamocela tutta, non è mai stata un granchè neanche a sfornare politici, basti pensare già a Caligola che fece senatore il suo cavallo. Insomma, quella che dovrebbe essere la classe dirigente, è sempre stata un po' mancante.
Lo si nota tutt'ora, la classe politica italiana non si distingue certo per idee brillanti, di sicuro non lo è l'abolizione della Storia dell'Arte dalle scuole!
Ma l'Italia era sul serio il paese dei balocchi, lo avevo capito già i romani, era una terra fertile, con un clima vantaggioso e, per qualche strano motivo, aveva delle menti geniali. Artisti...
E potrebbe essere tutt'ora il paese dei balocchi perchè ha qualcosa che nessun altro paese ha mai avuto, non in queste quantità almeno... Ciò che ha sempre mosso l'Italia erano gli artisti, i letterati, i fautori della cultura. Era quello in cui nessuno poteva batterci.
"D'accordo, voi avete le navi importanti, risorse naturali e i migliori regnanti, noi abbiamo Michelangelo, Dante, Verdi e il cibo migliore che potete trovare su questo pianeta."
Tutto è nato qui, più che in qualsiasi altra parte e non a caso l'Italia è il paese con il più alto patrimonio artistico mondiale. Mondiale! Quindi in 301,340 km², praticamente una superficie quasi irrisoria, c'è un numero elevatissimo di opere d'arte, monumenti, palazzi e quant'altro.
E noi siamo talmente abituati a passare davanti al Foro Italico o a studiare in un palazzo del Cinquecento tutto affrescato, che ormai non ci facciamo più caso. Come se tutto questo facesse parte del paesaggio. Come se ci fosse dovuto.
Se proprio si vuole parlare di storia dell'Italia non la si può scindere dall'arte. Perchè questo, molto più delle conquiste di Giulio Cesare o di alleanze mal riuscite in guerra, è davvero quello che caratterizza il nostro paese. Per cui, abolire la Storia dell'Arte dalla scuola italiana, non è un modo per dare spazio a materie più moderne diventando così più competitivi con gli altri paesi, è però l'ennesimo scacco matto che l'Italia ha giocato contro se stessa. Se proprio bisogna abolire una materia, allora leviamo di mezzo la religione, visto che l'Italia è uno stato laico.
D'accordo, va bene dare spazio anche a un nuovo tipo di istruzione, ma non va bene fare i tagli alla scuola e alla cultura; non va bene che i bambini, ovvero il futuro di una nazione, non conoscano ciò che rappresenta maggiormente la stessa, perchè i bambini devono essere stimolati, soltanto una minima parte si appassionerà all'arte senza che nessuno insegni loro cosa sia.
Considerando la quantità immensa di arte presente in Italia, si potrebbe parossisticamente dire che quasi tutti gli italiani potrebbero vivere di arte e gastronomia. Certo, l'arte serve per arricchire culturalmente le persone, ma l'arte va anche pagata, sempre... e l'avevano capito anche i grandi signori e i mecenati del passato: affinchè una corte, una signoria, un palazzo... un paese funzioni, c'è bisogno di circondarlo dei migliori artisti e di incrementare e favorire la produzione culturale.
Sarebbe tutto molto più facile se iniziassimo a considerare il nostro grande patrimonio artistico come qualcosa di più di "vecchie pietre", se iniziassimo a far ruotare la nostra economia soprattutto attorno all'arte. Se ci adoperassimo per conoscere e fare un'adeguata manutenzione di ogni sito di interesse culturale presente sullo stivale - e, badate bene, ce ne sono parecchi! -, un'appropriata "pubblicizzazione" di luoghi, tutti, non solo il Colosseo che è meraviglioso, ma c'è dell'altro, tantissimo! Come il Tempio di Apollo a Baia, in provincia di Napoli, che è il primo esempio di cupola mai realizzato, tanto per dirne una... Se tutto questo fosse possibile e se non si considerasse l'arte come una perdita di tempo, un ornamento non utile, probabilmente l'Italia sarebbe ancora il paese dei balocchi!
Ma a quanto pare si può benissimo fare a meno dell'arte, se la maggior parte degli italiani sa cos'è la Gioconda, è già tanto, mentre popoli come i giapponesi, i russi e tanti altri, vengono qui a vedere quello che a noi non interessa e, purtroppo, lo conoscono meglio di noi.
Non è poi tanto sorprendente che la Cina, la Russia ed altri paesi del genere, ben presto ci distruggeranno, in fin dei conti qui si scherza ed è Carnevale tutto l'anno, non ci sono scandali nè crisi di governo, qui nel paese dei balocchi! 

lunedì 3 febbraio 2014

E adesso?

Quando al quinto anno di liceo ci veniva posta la domanda "cosa pensi di fare dopo?" io ero sempre la prima ad alzare la mano, sicurissima di quello che avrei voluto fare, mentre la maggior parte dei miei amici aveva una lista chilometrica di ipotesi. Io invece ero lì, sicura di voler andare via da Napoli e studiare musica al DAMS, lo sapevo da quando avevo quindici anni, quando andai per la prima volta a Bologna dopo un concerto e rimasi affascinata dalla via universitaria, Via Zamboni... Scoprii che c'era un'università dove si poteva studiare arte, musica, cinema e teatro e pensai che quella fosse la mia strada, eliminando automaticamente l'ipotesi di musicologia a Cremona.
Adesso invece sono qui, alla fine del primo giorno dell'ultimo semestre dell'ultimo anno al DAMS, mentre tutti sanno già che cosa faranno dopo la laurea e io invece vedo davanti a me circa una ventina di strade differenti e tutte altrettanto plausibili e soddisfacenti.
Insomma, a diciassette anni ero pienamente consapevole che ciò che avrei voluto per la mia vita era la musica ed è così tutt'ora, in parte. Così mi ritrovo a fare delle liste con le varie ipotesi.
Certo, l'idea è quella di fare un master, magari a Milano o meglio ancora all'estero, ma i master iniziano ad ottobre di solito ed io conto di laurearmi per metà del prossimo semestre, per cui sarei fuori per l'iscrizione e vorrei impegnare il tempo in maniera costruttiva... Per cui ci sarebbero varie idee, alcune sembrano anche a me un po' pretenziose, ma ho imparato che è meglio non dare per scontato nulla perchè non si sa mai...
Per cui cosa farò nei circa sei mesi di post-laurea prima di iniziare il master? L'idea più pretenziosa è quella di andare per quattro/sei mesi negli Stati Uniti come ragazza alla pari, per lavorare e migliorare il mio inglese. D'accordo, lo so che un conto è vivere da sola in una città a 650 km circa dalla propria città natale, un altro è andare in un altro continente, troppo lontana per qualsiasi tipo di aiuto da parte di chi amo, con una lingua diversa ed abitudini diverse, insomma, sarei veramente ed inesorabilmente sola, ma perchè no insomma?
Un'altra idea deriva da due fattori: la tristezza di dover lasciare Bologna (che ho già adesso) ed una passione che è spesso riaffiorata nel corso degli anni... Sto realmente considerando di iscrivermi all'Accademia del Musical, qui a Bologna, praticamente dietro la casa dove attualmente abito. Ho sempre desiderato fare un musical, forse perchè è un'idea meno epica rispetto a quella di diventare una cantante vera ed il musical sarebbe stata l'unica ragione per cui non avrei lasciato Napoli se avessi passato un provino che non ho mai fatto. Però adesso potrei rifarmi, e fare un anno di accademia cercando di mettermi alla prova in questo ambito... Il provino è abbastanza difficile, ma non impossibile, non per me di certo... Sono capace di cantare due canzoni di un musical (una lenta e una veloce), un po' meno di recitare un monologo di un'opera teatrale di uno scrittore famoso, però se mi ci metto, non dovrebbe essere poi tanto complicato e, infine, ci sarebbe una coreografia che è la cosa che in realtà mi preoccupa di più, nonostante gli otto anni di danza fatti in passato, però non sono mai stata capace di creare una coreografia, non che ricordi almeno; però questa è l'unica prova che può essere tralasciata se si dimostra di saper seguire dei passi di un insegnante... Quindi, perchè no? Diventare una diva di Broadway non sarebbe male!
Le altre ipotesi sono abbastanza scontate: cercare lavoro (possibilmente in radio), provare a fare qualche esperienza recitativa o provare con un altro tipo di accademia, quella del cinema sempre qui a Bologna o magari a Roma, per vivere un po' nella mia amata città.
Insomma, non lo so...
Probabilmente mi metterò a giocare a freccette su un tabellone con le varie ipotesi e quella che becco, sarà la mia scelta.
Ma per ora ho ancora un po' di tempo e un bel po' di esami da depennare prima di indossare la corona d'alloro e sentirmi finalmente dedicare la fatidica canzoncina "Dottore, dottore, dottore del buco del cu! Vaffancu! Vaffancu!"...
 
Intanto scaldo la voce e provo un'altra volta "Memory".


lunedì 27 gennaio 2014

Buon compleanno bambina.

Se c'è una cosa che mi caratterizza è di sicuro l'ansia. Sembra quasi che la frase tutto, maledetto e subito l'abbia detta io. Sono sempre stata così, questo è il motivo per cui il 27 gennaio 1993, alle sei del mattino ho rotto le scatole a mia madre e le ho fatto subire dodici ore di travaglio, nascendo decisamente in anticipo rispetto alla data prevista. Sono nata nei cosiddetti giorni della merla, cioè i giorni più freddi dell'anno, me lo ricordano tutti quelli che c'erano alla mia nascita e questo forse è il motivo per cui a volte io sono glaciale... Sono nata anche lo stesso giorno di Mozart, per la cronaca, e questo è sempre stato motivo di orgoglio per un'aspirante musicista/musicomane come me.
Non ricordo il primo compleanno festeggiato e neanche gli altri successivi, ma sono quasi certa che ogni mio compleanno sia stato celebrato come quello di una star. È così che mi hanno fatto sentire i miei, da sempre... Ero la loro piccola celebrità e lo sono ancora adesso. Per cui, feste in grande, sempre. E di solito si festeggiava per più di un giorno, magari quasi per una settimana, arrivando così al mio onomastico, il 4 febbraio. Insomma, ecco perchè sono così egocentrica.
Qualche festa però la ricordo, alcune con più piacere di altre.
Ricordo quella dei nove anni, in un ristorante a Bagnoli che allora andava molto di moda tra la mia classe, La Pentolaccia, ora non esiste più. Ricordo che c'era quasi tutta la mia classe e che per tutta la serata aspettai - invano - un tipetto che mi piaceva e che successivamente è diventato uno dei miei più cari amici.
Ricordo il dodicesimo compleanno, credo. Erano gli anni in cui credevo che i Blue fossero tutta la mia vita, gli anni un po' stupidi diciamocelo, quelli che tutti attraversano e che poi, per fortuna, passano. Mi facevo chiamare Helda James, dicendo che ero la moglie di Duncan James. Tre giorni prima di me, festeggiava la mia migliore amica e le avevano fatto una torta con la stampa dei Blue, eravamo così legate che la considerai anche un po' mia e, in fin dei conti, non mi dispiaceva dover condividere il "mio Duncan" con lei. Poi arrivò il mio compleanno, altra festa in grande e mia madre mi fece una maglia rossa, il mio colore preferito, con la scritta "If loving you it's a crime, then I'm guilty", la mia canzone preferita dei Blue. Ero così fiera di quella maglia, la adoravo e penso di averla messa da lì ai due-tre anni successivi quasi ininterrottamente. Tutt'ora ce l'ho ancora conservata, così, per affetto.
Penso però che il compleanno più bello sia stato il 27 gennaio 2007, i miei quattordici anni.
Era da poco finita la tournèe Britti&Bennato, era stata l'estate più incredibile della mia vita, a tredici anni ero salita su molti palcoscenici importanti ed avevo vissuto tra palco e realtà, penso sia stato in quel momento che i sogni di bambina si sono trasformati in reali progetti per il futuro. Non c'era niente che avrei voluto fare nella mia vita se non la cantante.
I miei avevano litigato da poco e papà non era più a casa con noi, ma tutto sommato avevano mantenuto un buon rapporto, per cui decidemmo di andare a Roma insieme. La mia Roma. Non ci sarebbe stato nessun posto al mondo dove avrei voluto essere.
Ricordo che mio padre si svegliò come al solito tardi e, dopo un piccolo litigio con mamma, ci mettemmo in auto e partimmo. L'idea era quella di visitare finalmente l'interno del Colosseo, cosa che ovviamente non facemmo perchè arrivammo dopo l'orario di chiusura. Ma non fu poi un grave danno, facemmo un giro per il centro, per quelle strade che io adesso saprei percorrere ad occhi chiusi, con l'odore di caldarroste che si diffondeva tra le vie dello shopping, i regali in Via del Corso e il desiderio espresso a Fontana di Trevi, una tradizione.
Ricordo che fu una giornata stupenda, quando arrivammo a Roma, dopo svariati giri per trovare un parcheggio, alla fine trovammo un posto vicino una sede de La Sapienza, sul muro c'era scritto "Divieto di affissione" e papà, conosciuto per la sua inclinazione a non rispettare mai le regole, scherzando si chiese se poteva parcheggiare lì, mia madre lo guardò sconcertata e gli disse "Ma perchè, l'azzecchi in faccia al muro la macchina?". Quel momento rimarrà nella storia, penso che a più riprese durante la giornata lo richiamavamo alla memoria e scoppiavamo a ridere fino a farci venire le lacrime.
Camminammo tanto, ci concedemmo un'ottima focaccia romana con salsiccia e, verso la sera, il mio quinto metatarso sinistro - che avevo fratturato qualche mese prima - iniziò a farmi male e a gonfiarsi, perchè ovviamente non avevo portato il gesso per il tempo necessario... Dettagli.
Ci mettemmo in macchina quando Roma ormai era illuminata dalla luci della sera ed era spettacolare, come sempre e poi andammo a Grottaferrata a mangiare a Lo Spuntino, un cult del tour dell'estate precedente che poi è diventato una meta fissa quasi tutte le volte che siamo in quella zona.
I miei presero una gricia, a me allora non piaceva ancora, solo pochi anni dopo è diventato il mio piatto preferito, così presi degli gnocchi imbottiti di melanzane. Sono pochi i ristoranti che amo particolarmente per la loro cucina, Lo Spuntino è di sicuro al primo posto.
E, per concludere la giornata, Alex inviò a papà una registrazione di "Tanti auguri a te" suonata da lui alla chitarra, registrazione che conservo ancora gelosamente su un CD.
Di compleanni belli ne ho vissuti tanti e spesso mi sono ritrovata a Roma con papà, ma poi tornavo sempre a Napoli per festeggiare con amici e parenti, spesso a più riprese.
Ci sono stati i miei diciotto anni in un bellissimo locale sul lungomare di Mergellina e i venti trascorsi in un pub a ballare sui tavoli insieme alle mie amiche... Eppure, l'anno scorso sentivo che in qualche modo quello sarebbe stato l'ultimo compleanno festeggiato a Napoli. Infatti adesso, per la prima volta, mi ritrovo lontana dalla mia città natale, senza il bouquet di lilium rosa di mamma e la sua torta... Ed ho come la sensazione che questo sia il primo di una lunga serie di compleanni lontana da Napoli. Ma va bene così, è questa la vita che mi sono scelta e continuerò sempre a ripeterlo, non ho rimpianti legati a Napoli.
E alla fine sono arrivata a ventuno, penso sia terribile per un'eterna Peter Pan come me. Ho avuto l'ansia per tutta la scorsa settimana, mi prende sempre un po' male il mio compleanno, poi stanotte ho sognato che mentre spegnevo ventuno candeline che in realtà sembrano molte di più su quella piccolissima torta, iniziavo a sgretolarmi come cenere mentre le candele restavano accese.
Ma poi mi sono svegliata, fuori il tempo è glaciale e si preannuncia la prima forte nevicata dell'anno qui a Bologna, siamo entrati nei giorni della merla, no? E qui c'è mio padre, che è venuto a festeggiare la sua "piccola" star. E poi ci sono nuove persone nella mia vita con cui sarà bello festeggiare... E poi boh, vedremo cosa ha in serbo per me la vita e questi ventun anni... Nel frattempo sono maggiorenne in tutti gli stati e posso tranquillamente bere superalcolici legalmente.
E, se proprio vogliamo dirla tutta, oggi la mia età effettiva è 2+1... 3!



sabato 18 gennaio 2014

Casualmente.

Quella di oggi si presentava una "giornata grigia" già da quando la mia sveglia è suonata strillandomi nelle orecchie "Knocking On Heaven's Door" cantata da Avril Lavigne. Quando il mio corpo ha realizzato di essere vivo e si è impossessato delle sue capacità motorie e dei suoi cinque sensi, mi sono resa conto che fuori pioveva... a dirotto.
E poi oggi la mia coinquilina è partita e, considerando che i corsi inizieranno solo il 3 febbraio e che quindi la maggior parte dei miei amici non è a Bologna, raggiungo lo stadio più alto di solitudine.
Io ne ho individuati tre di stadi:
meglio soli che male accompagnati (è quel tipo di solitudine di cui tutti ogni tanto abbiamo bisogno, è la "solitudine produttiva", soprattutto quando si è sotto esame come me in questo momento)
io lo so che non sono solo anche quando sono solo (è lo stadio intermedio, quando si inizia a parlare da soli per ammazzare il tempo o si esce di casa solo "per vedere gente")
io sono leggenda (ovvero la solitudine epica, tipo trovarsi totalmente soli a New York come Will Smith nel film)
Ecco, io ora sono entrata nel terzo stadio. E non ho neanche un cane.
Insomma, non è iniziata proprio come una bella giornata, soprattutto perchè dovrei studiare e oggi non ho nè le adeguate capacità di apprendimento, nè la voglia.
Così sono andata a fare la spesa, solito posto, la PAM, consapevole che essendo sabato mattina avrei trovato troppa gente, troppi scaffali semivuoti, troppe vecchiette irascibili alla vista dei preservativi esposti in cassa. E consapevole che avrei dovuto portare su per tre piani delle buste pesantissime, dato che non facevo una spesa decente da quando sono tornata a Bologna dopo le vacanze di Natale... Quindi due settimane fa.
Tralasciando Radio PAM che ha trasmesso un paio di canzoni che hanno contribuito a mettere il dito nella piaga, mi sono dovuta ricredere. C'è più gente durante i pomeriggi infrasettimanali che il sabato mattina e quindi c'era anche tutto quello che mi serviva.
Così, mentre cercavo la fila di scaffali dove trovare il mio tea alla vaniglia, ho incrociato uno sguardo familiare...
L'uomo della mia vita, penserete voi inguaribili romantici (perchè lo so che in fondo avete pianto tutti quando Belle ha baciato la Bestia che sembrava morta e che invece si trasformava nel principe)... E invece no... A quanto pare l'uomo della mia vita si è perso, per cui se per caso qualcuno dovesse incontrare Johnny Depp, gli può dare senza problemi il mio numero e l'indirizzo, sia di Napoli che di Bologna, non si sa mai.
No, non ho incontrato l'uomo della mia vita, ma una persona quasi altrettanto piacevole. Il professore di Storia della Fotografia.
Primo corso seguito al DAMS (se non si considera la mezz'ora nel Dipartimento di Matematica dove ho capito che non avrei mai fatto Storia del Teatro); riesco a ricordare tutto di quel giorno, compreso il "giro turistico" a Porta San Donato per cercare appunto il Dipartimento di Matematica dove, chissà per quale motivo, avevano messo quel corso, poi passai il pomeriggio in giro a cercare casa e dopo andai a seguire la prima lezione del corso di Storia della Fotografia, in Via Zamboni 38.
Era uno dei corsi più frequentati del DAMS (e lo è tutt'ora), infatti le lezioni si tenevano in due aule molto grandi della facoltà di Lettere e quelli che arrivavano in ritardo, erano costretti ad andare nell'altra aula seguendo la lezione in audiovisione. Insomma, quel corso sembrava una giungla, devo ammetterlo e quando il professore, parlando del primo collage fotografico della storia, "Le Due Strade Della Vita" di Rajlander, mise sarcasticamente in evidenza le differenze tra noi del DAMS e quelli di Giurisprudenza paragonandoci alle due parti opposte di quella fotografia, in effetti non aveva tutti i torti. La differenza allora era lampante, soprattutto perchè la facoltà di Giurisprudenza è appena qualche numero civico prima del 38.
È stato a quel corso che ho conosciuto tante persone, alcuni che sono tutt'ora miei amici ed è stato durante quelle lezioni che si consolidò maggiormente un gruppo che frequentavo, anche se poi la maggior parte delle persone che ho visto o conosciuto a Storia della Fotografia, non le ho mai più viste o comunque molto di rado. Però era bello. E non solo perchè ci divertivamo tutti così tanto da pensare che il passaggio dal liceo all'università fosse una figata, ma anche perchè il corso era incredibilmente interessante e tutt'ora ricordo ogni cosa.
Inoltre il professore è molto affascinante e, la maggior parte di noi ragazze, avevamo una cotta (intellettuale) per lui.
Poi io lasciai Bologna perchè non trovavo casa, persi i contatti con la maggior parte delle persone del gruppo in cui ero entrata e poi Storia della Fotografia è stato il primo esame che ho dato. Il 23 aprile 2012. Ero così in ansia che durante il viaggio in macchina con mio padre, gli avrei ripetuto ossessivamente per sei ore tutti e due i libri e tutte le fotografie che dovevamo riconoscere a memoria, ma per fortuna mio padre non mi diede spago... Passai quella notte totalmente in bianco e, quando arrivai alla sede dove avrei dovuto fare l'esame, sembrava Hunger Games... C'erano così tante persone che, essere ventitreesima in lista, fu davvero un colpo di fortuna.
Ricordo tutto di quell'esame, iniziai con l'assistente donna che si occupò del mio progetto fotografico in attesa che il professore si liberasse di una riunione ed arrivasse per gli esami; ero l'ultima prima della pausa pranzo nel primo gruppo ed iniziai l'orale con il professore per poi concluderlo con un altro assistente perchè lui aveva degli impegni. Insomma, un esame travagliato in cui ho rischiato più volte di diventare l'ennesimo articolo su una studentessa morta d'infarto durante un esame. Eppure andò benissimo. Il primo trenta, il motivo che mi diede la carica per continuare al DAMS nonostante le difficoltà e il motivo per cui oggi sono qui a Bologna e nonostante la solitudine non mi pento di niente, anzi sono felice.
Oggi è stato lui a riconoscermi, soprattutto perchè io ero soprappensiero, si è ricordato di me nonostante il considerevole numero di studenti che vede ogni giorno, ha detto che alcuni gli restano particolarmente impressi e si è interessato di quello che sto facendo adesso, ovvero la disciplina scelta e il tempo che mi manca alla laurea.
Incontrare lui ha decisamente cambiato la mia giornata, sebbene continui a piovere e io continui ad essere sola e probabilmente non uscirò di casa dopo che avrà fatto buio a causa del "maniaco di Bologna". È una di quelle persone che emana positività, almeno per quanto mi riguarda, per cui mi ha dato una piacevole tranquillità per gli esami che sto per fare e una botta di sorrisi extra.
E casualmente il mio umore è migliorato parecchio.

mercoledì 15 gennaio 2014

Tears.

Lacrime.
Ci sono due "categorie" che dividono questo argomento.
La prima è quella che definisco "Polis Greche", non bisogna piangere, bisogna fare i duri, sorridere sempre, comunque vada... E alcuni di noi sono bravissimi in questo. Riescono a nascondere così bene le cose da diventare inconsapevolmente degli attori incredibili, hanno sorrisi così smaglianti e sinceri che farebbero invidia ai migliori musical di Broadway. E alla fine si immedesimano così tanto nella parte da farla diventare reale. Il problema c'è, ma va risolto! Niente lacrime, nessun coinvolgimento emotivo... Il nulla cosmico.
E poi c'è una seconda categoria, che ultimamente va molto di moda, ovvero quella che io definisco "Reality Show". Ovvero piangere, sempre, per qualsiasi cosa, in ogni momento. Questo fa guadagnare il favore del pubblico, sempre, anche se non c'è un vero pubblico. Anche qui si sviluppano delle capacità recitative pazzesche, riuscire a piangere a comando per il pubblico affinchè, per quella strana empatia con lo spettatore, quest'ultimo provi le stesse sensazioni. E non importa che lo spettatore non è seduto davanti a un televisore, va bene comunque, l'importante è avere un pubblico da cui essere compatiti e confortati.
Di questa seconda categoria, non riesco nemmeno a definire persone sane di mente gli individui che ne fanno parte. Ma non sta a me giudicare, ognuno fa ciò che vuole. Ognuno con il suo credo, giusto o sbagliato che sia.
Penso però che la prima categoria debba necessariamente essere suddivisa in due sottosezioni: da un lato coloro che potrebbero anche farsi asportare i dotti lacrimali perchè, da discendenti diretti della linea di Sparta, non li usano neanche, non ricordano nemmeno più come siano fatte le lacrime.
E poi ci sono tutti gli altri...
Quelli che non piangono, anzi che un po' se ne vergognano a pensare a questo argomento, quelli che sono tutti d'un pezzo e il cui sorriso è talmente sincero e radioso da non lasciare dubbi.
Sono quelli che però spesso hanno bisogno di un rifugio. Un buon libro, un po' di musica, un film o una serie TV... E poi eccola, quella scena dell'ultimo episodio della prima serie di un telefilm a caso come potrebbe essere Glee ad esempio, o quella frase di una canzone passata in shuffle sull'iPod... entrambe abbastanza banali, eppure fanno scattare qualcosa dentro ed ecco lì che la gola inizia ad inaridirsi e si deglutisce più volte per calmare questa strana sensazione mentre gli occhi iniziano a bruciare e, prima di esserne consapevoli, si scoppia in un pianto disperato che non si riesce a fermare finchè non si caccia tutto. E allora potrebbe durare anche per molto tempo.
Poi ci si riprende, si fa un bel respiro e si guarda la propria immagine allo specchio, con un viso pallido che mette in risalto le guance rosse, gli occhi arrossati e ancora lucidi e si cerca di capire per quale arcano motivo quella stupida scena o frase o successione di accordi abbia provocato questo uragano.
E lo sappiamo bene, sembra quasi volercelo suggerire il nostro riflesso allo specchio, ma noi gli scocchiamo un'ultima occhiata a metà tra la pietà e la seccatura ed andiamo via, come se non fosse mai successo. Ed un po' è vero, perchè almeno ci si sente svuotati di tutto e capaci di tornare a sorridere ed ingannare tutti, persino noi stessi... in attesa di altre lacrime.