Helda meaning.

Helda /ˈɦeld̪a/: antico nome germanico che significa "guerriera".
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lunedì 29 gennaio 2018

Un quarto di secolo

Il primo paragrafo è quello fondamentale affinché il lettore si interessi da subito alla storia che si sta accingendo a leggere...
«Tanto tempo fa, in un paese lontano lontano, un giovane principe viveva in un castello splendente. Benché avesse tutto quello che potesse desiderare, il principe era viziato, egoista e cattivo...»
...
«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante. Erano le ultime persone al mondo da cui aspettarsi che avessero a che fare con cose strane o misteriose, perché sciocchezze del genere proprio non le approvavano.»
...
«È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un'ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie.»

Ecco. L'inizio è sempre stato un problema quando scrivo una nuova storia, perché la fine può sempre cambiare in base a ciò che succederà nel mezzo, ma l'inizio è determinante.
La nostra storia inizia così:
Era il 27 Gennaio 1993, quel giorno a Napoli faceva freddo, i Giorni della Merla erano alle porte e quello di sicuro era uno dei più freddi di quell'inverno, ed è tutto dire per la "città del sole". Il Giorno della Memoria sarebbe stato istituito solo dodici anni dopo ed il 27 Gennaio fino ad allora poteva essere ricordato per altri motivi: la scomunica di Dante dalla città di Firenze, la nascita di Mozart, Thomas Edison che brevettò la lampadina ad incandescenza, il suicidio di Tenco a Sanremo... Insomma, di eventi storicamente rilevanti il 27 Gennaio ne aveva avuti molti e poco cambiava che in una clinica a Posillipo, proprio in quel freddo giorno, sarebbe nata una bambina, insieme a chissà quanti altri nel resto del mondo... La verità è che quella bambina non sarebbe dovuta affatto nascere in quel giorno, ma almeno una ventina di giorni più tardi; tuttavia già allora, quando verso le sei del mattino aveva rotto le acque, si intuì che quella bambina sarebbe stata un soggetto un tantino ansioso che avrebbe sempre avuto fretta, fretta di fare tutto, soprattutto fretta di sognare. E, dopo dodici ore di travaglio, nacque Helda, di appena due chili e quattrocento.
Helda non era una principessa, non viveva in un castello incantato, con il suo canto magico non otteneva l'aiuto degli animali del bosco e soprattutto non aveva bisogno di un principe per cambiare la sua vita perché sarebbe stata lei stessa il pilastro su cui avrebbe sempre fatto affidamento.
Helda però era una bambina con tanti sogni e crescendo si è trovata davanti a sfide e traguardi che le hanno fatto capire che sognare è la parte facile, poi c'è tutto il resto. 
E ora Helda è adulta, continua ad essere ansiosa e ad avere fretta e continua a sognare molto più ad occhi aperti che quando dorme. 
festeggiato i miei venticinque anni, un quarto di secolo, e li ho festeggiati quasi come da un mese avevo programmato: con dei buoni amici, con i palloncini a forma di 25 e la crostata di crema pasticcera e fragoline (quando uno dice le priorità eh!) e con tanti sorrisi. E sono stata felice. Lo sono stata nonostante ancora non abbia trovato un lavoro e questo mi fa star male (ma Helda, i sogni sono facili, realizzarli invece è molto più impegnativo e devi perseverare) e nonostante un'assenza. Quest'anno non ci sono stati occhi del colore del caffè che mi hanno guardata, non ci sono stati regali teneri, croissant alla crema, né baci dolci ed appassionati o effimere dichiarazioni di appartenenza. E nemmeno un messaggio d'auguri. Niente. Perché le cose in un anno possono cambiare tanto ed alcune persone che sembravano far parte della tua vita, alla fine vanno via e non si può fare altro che lasciare che le cose vadano esattamente così, ricordando che se ami qualcuno devi lasciarlo libero. Libero e così lontano perché l'altra parte della città può rivelarsi una distanza ben maggiore di quanto si pensa.
Ma va bene così.
L'amore finisce, le infatuazioni passano, chi ti è piaciuto un tempo poi smette di attrarti successivamente. È così che va. E ciò che importa non è quante persone non siano più nella tua vita rispetto agli anni precedenti, o quanti colloqui farai prima di trovare finalmente un lavoro, ciò che conta è essere felici ed io, questo 27 Gennaio ad esattamente venticinque anni dalla mia nascita, lo sono stata e l'obiettivo, prima del lavoro, dei sogni, dei viaggi e dell'amore, è continuare ad essere smisuratamente felice perché questo è solo l'inizio della storia.

domenica 31 dicembre 2017

Goodbye 2017

Questo è uno di quei post un po' melensi e scontati in cui tiro le somme di quest'anno e sì, voglio essere melensa e scontata perché è l'ultima volta che posso concedermelo prima che termini questo 2017.
Duemiladiciassette. Non sono superstiziosa, ma trecentosessantacinque giorni sono bastati per farmi iniziare a credere che forse dovrei esserlo, almeno un po'. Eh sì perché questo è stato un anno di grandi contraddizioni, iniziato nella bellissima Dublino insieme alle mie amiche, senza fuochi d'artificio e ora si sta per concludere - mio malgrado - a Napoli in cui già adesso risuonano i rumori inquietanti e caotici dei troppi fuochi d'artificio e botti. È iniziato nel migliore dei modi possibili e sembrava essere finalmente il mio anno: a Gennaio 2017 penso di essere stata tra le persone più felici al mondo, avevo avuto la possibilità di fare uno stage che mi faceva sognare solo al pensiero, ero miracolosamente riuscita a comprare i biglietti per il concerto di Ed Sheeran e c'era l'amore nella mia vita... Poi quel picco di felicità che pensavo essere indistruttibile, si è sgretolato portando con sé alti e bassi senza vie di mezzo.
Ma nonostante questo si sia dimostrato un anno un po' sfigato fino a cinque minuti fa - e, confesso, temo ad immaginare cos'altro potrebbe succedere nelle restanti sei ore -, devo molto a questo ossimorico 2017. Innanzitutto gli devo una maggiore consapevolezza di me stessa, in questi dodici mesi ho realizzato di non essere la persona perfetta ed impeccabile che spesso mi impongo di essere perché nessuno può essere perfetto ed impeccabile sempre e comunque, anche io commetto degli errori ed un errore quest'anno mi è costato parecchio, ma ho anche imparato che, proprio grazie agli errori, si può imparare e si può crescere, anche se fanno un male assurdo. Ho imparato che posso ancora amare e quest'anno ho amato con tutta me stessa, anche se purtroppo non era ricambiato e alla fine mi ha lasciato con molte lacrime durate più di nove mesi, un forte senso di angoscia, un vuoto nel petto ed a volte un leggero spirito autodistruttivo (ma ho letto che è normale, però ora basta!); questo non significa che abbia smesso di amare o che in futuro non possa amare di nuovo così tanto, tuttavia non sono nemmeno pronta a lasciare andare completamente, anche se prima o poi dovrò decidermi a farlo. Questo è stato l'anno delle grandi speranze e della dura realtà, dei ritorni e degli addii, della perseveranza e della rinuncia, della forza e della debolezza, delle notizie bellissime e degli eventi orribili. Un ossimoro, proprio come lo sono io. E soprattutto è stato un anno infinitamente lungo e sorprendentemente corto.
Non ho una lista di buoni propositi da sciorinare prima del 2018, le cose che voglio sostanzialmente sono le stesse che mi auguravo all'inizio del 2017 e quindi - per scaramanzia - stavolta non le dico e me le tengo per me. Però una cosa la voglio: voglio essere smoderatamente felice e farò qualsiasi cosa per riuscirci, d'altronde io sono una Guerriera e alla fine riesco sempre ad ottenere ciò che voglio, forse con fatica, pensando di non farcela e con molte difficoltà, ma poi ce la faccio sempre.
Ma soprattutto... giuro solennemente di non avere buone intenzioni perché sono certa che il meglio deve ancora venire, anzi sta per arrivare!
Questi sono i 18 momenti "più felici" che ho fotografato nel 2017.


venerdì 3 novembre 2017

Non importa

Non importa.
Non importa quanti drink berrai per smettere di pensarlo, a quante feste andrai per distrarti, quante volte farai le cose più improbabili con le amiche fingendo di stare bene e quante volte cambierai discorso quando ti chiederanno "come stai?".
Non importa quanto sorriderai quando qualcun altro ti farà dei complimenti e flirterà con te, quante occhiate attirerai nel tuo vestito migliore il sabato sera mentre fai aperitivo; non importa quanti ragazzi frequenterai, bacerai o con quanti andrai a letto per dimenticarlo, anche se in fondo sai che sarà inutile.
Non importa quante lacrime verserai, giorno dopo giorno; non importa che a farti piangere saranno le cose più normali, come una canzone, una frase di un libro o un film. Davvero, non importa.
Non importa quante volte ti sveglierai nel cuore della notte perché l'hai sognato, quanto gli altri ti dicano che "è meglio così, passerà" perché per te non è affatto meglio così e quando passerà sarà stato già troppo doloroso. Non importa se smetterai di seguirlo da ogni Social pensando che lontano dagli occhi, lontano dal cuore, pur sapendo che il tuo cuore non ha bisogno di occhi che vedano per essere troppo vicino a chi non dovrebbe.
Non importa che Giulietta si sia uccisa per amore, che Medea sia impazzita per l'amore non corrisposto, che Clorinda sia stata uccisa dal suo amore.
Non importa che ogni giorno tu ti senta sprofondare sempre di più in questo abisso profondo ed oscuro da cui nessuno può salvarti, a parte lui ed è l'unica persona che non ti salverebbe; non importa quanto dolore tu possa provare pensando di arrenderti, di non farcela più.
Non importa quanto freddo sentirai, sola nel tuo letto, ripensando a tutto quello che c'è stato tra voi; non importa che avrai la nausea e ti passerà la fame di continuo; non importa quanta tristezza può celarsi dietro una risata.
Importa solo che prima o poi berrai un drink e davvero non starai pensando a lui, che starai sul serio bene, senza dover mentire; che la canzone triste che per mesi hai ascoltato in loop ora non ti fa più male. Che vedere una sua foto per sbaglio non ti farà sentire il cuore spaccarsi in migliaia di pezzi o che saperlo tra le braccia di un'altra non ti farà più desiderare di morire. Che alla fine frequentarai, bacerai o andrai a letto con qualcuno perché lo vuoi davvero, perché ti fa provare qualcosa e non per provare a dimenticare.
Importa solo che il dolore svanisce, anche se ti chiederai come hai fatto a sopravvivere e quanto tu sia cambiata profondamente per essere riuscita ad andare avanti, alla fine.
Importa che Giulietta, Medea e Clorinda non sono gli unici esempi, perché alla fine Elizabeth riesce ad avere il suo Mr. Darcy, nonostante l'orgoglio e il pregiudizio. 
Importa che tutto passa con il tempo. 
Ma non adesso, adesso c'è bisogno di altro tempo.





«Mi manchi che quasi ti odio e poi ti odio che quasi mi manchi, ma intanto mi manchi ed oggi forse un poco di più. E scoprirò che ho bisogno di te mentre ti sto già cercando da un po'; saremo come due amanti in un film che tanto finisce bene...»

lunedì 4 gennaio 2016

Si inizia

Ho pensato tanto a questo 2015 nelle ultime ore prima che terminasse; ci ho pensato tanto perché sono tuttora sorpresa di come si sia svolto, perché non è stato poi un anno così prevedibile ma ha riservato molte novità, perlopiù belle per quanto mi riguarda.
Ho trascorso gli ultimi istanti del 2015 - e i primi del 2016 - con le amiche di sempre, quelle che sono con me da quando scrivevo cuoricini sul diario della scuola dedicandoli ad animatori improbabili conosciuti durante le estati precedenti, che ridevano quando mi perdevo a fissare il vuoto durante un'incomprensibile (almeno per me) lezione di matematica, che mi hanno vista tremare prima di una doppia interrogazione di italiano e latino e che hanno sorriso con me per ogni bel voto ricevuto al liceo; le amiche che pensavo che avrei lasciato in quella struttura squadrata che ospitava l'Artemisia Gentileschi ad Agnano e che invece sono rimaste con me anche dopo, nonostante la distanza, i caratteri diversi e tutto il resto, le stesse per cui mi sono commossa alla loro laurea più che alla mia e che hanno saputo per prime della mia ammissione al Master.
Mentre in Piazza Dam si faceva un countdown disordinato, ho pensato molto a ciò che è successo nel 2015 e mi è dispiaciuto che un anno così stesse già volgendo al termine.
Mi sono rivista annoiata a casa di mio padre, con molti sconosciuti a brindare per il nuovo anno, mentre mi arrivavano messaggi di auguri dalla Serbia; mi sono rivista a Roma con mia madre e piangere con lei per la morte di Pino Daniele; follemente innamorata ed incondizionatamente masochista; il mio compleanno alla Fonoteca al Vomero; l'emergenza neve a Bologna e l'ultimo esame al DAMS, la tesi ancora incompleta, il panico di non aver passato quella dannata Storia della Musica II: l'Ottocento e la gioia di quel voto inaspettato; ho rivisto i pomeriggi passati sui libri di diritto, sulle traduzioni delle normative di Spotify e delle leggi inglesi del Live Music Act e del continuo andare avanti e indietro tra Via Belmeoro, la Biblioteca Comunale e la Biblioteca di Musica e Spettacolo in Via Barberia; mi sono rivista gioire per messaggi che contenevano inviti inaspettati ed in bocca al lupo da batticuore la notte prima della laurea; ripetere la tesi così tante volte da arrivare alla discussione con il mal di gola e poi gioire per aver finalmente superato quello che mi sembrava un muro insormontabile con dei cocci di vetro all'estremità; per poi prenotare un viaggio, il primo del 2015, il primo da sola, la prima vera follia della mia vita e l'amore incondizionato che non pensavo di poter provare; mi sono rivista mentre in un'enorme aula magna sentivo la frase "Helda Tassi, per i poteri conferitimi dalla legge la proclamo Dottoressa in Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo" e dell'emozione incontenibile che ne è scaturita dopo che mi ha portato a livelli così immensi di felicità che difficilmente potrò raggiungere ancora. Mi sono rivista fare i pacchi da sola per poi lasciare la casa in Via Nazario Sauro 14 che per ottocentotrentotto giorni è stata la mia casa, la prima in cui mi sia sentita davvero a casa dopo Bagnoli. Poi c'è stato il Primo Maggio a Rimini e la decisione improvvisa di farmi il terzo tatuaggio in quella piccola città romagnola; il viaggio a Bruxelles con le stesse amiche che erano con me ad Amsterdam; la mia lettera e l'attesa interminabile per quella risposta che non avrei mai voluto leggere e la disperazione, il dolore, il senso di vuoto tipici della fine di un grande amore; i ritorni - di amicizia e di fiamma - che però non hanno comunque portato a nulla; le feste estive, le lauree delle mie amiche... La mia Grecia di nuovo e un altro flirt estivo ancora troppo improbabile e lontano anche se la mente e il cuore erano ancora altrove. Il ritorno a Napoli; l'ansia incredibile per il colloquio al Master, l'attesa snervante, il panico, la gioia infinita dopo quella mail di ammissione. Il trasferimento a Milano e l'inizio di una nuova, incredibile vita fatta di musica, di lezioni stupende, di conoscenze, di nuove e belle amicizie, di sogni in grande, di molte serate, divertimento e felicità.
Il 2015 è stato un anno che augurerei a tutti. Okay, forse non proprio a tutti, perché se la felicità è un diritto di chiunque, non lo è invece la prerogativa di alcune persone di fare del male in qualsiasi modo, dai kalašhnikov alle parole cattive e totalmente gratuite.
Ecco, ho pensato a tutto questo mentre i primi fuochi d'artificio che segnalavano l'arrivo del nuovo anno esplodevano nel cielo di Amsterdam. Ho pensato a quali persone vorrei lasciare nel 2015 e quali voglio assolutamente nel mio 2016, a quali saranno i prossimi viaggi, le prossime mete e i prossimi traguardi. Ho pensato che non voglio lasciare tutto il lavoro a Tyche che mi osserva da lontano, troppo impegnata per occuparsi solo di me, voglio essere io a rendere il 2016 bello almeno quanto il 2015 e io sono un'Acquario, determinata e testarda in modo incomparabile e quando mi metto in testa una cosa alla fine la ottengo, lottando tanto certo, ma non potrei mai accettare il contrario - non a caso il mio nome significa Guerriera -; perciò non spero che questo sia il mio anno bello ancora di più del precedente, ma lo pretendo.
Quindi a quattro giorni dall'inizio del 2016, con il riflesso dell'Olanda che ancora mi brilla negli occhi, buon anno nuovo a tutti, e soprattutto buon anno nuovo Helda.

lunedì 28 dicembre 2015

Note dell'iPhone, 16/10/2015

Seduta sulla nostra panchina. Sì, la chiamo ancora "nostra", nonostante siano passati due anni e tre mesi esatti da quando abbiamo condiviso quei pochi minuti seduti insieme qui; ironia della sorte, non l'ho fatto di proposito a sedermici proprio oggi, semplicemente sono in attesa, come al solito. In realtà non dovrei comunque chiamarla così, siamo stati seduti su quella panchina venti minuti al massimo, il tempo di restare abbracciati e lasciare che i nostri occhi - entrambi scuri come il caffè - parlassero per noi.
Ci sono passata tante volte, sia prima che dopo quel giorno, d'altronde questa è una delle strade che percorro di più in assoluto a Napoli e ogni volta mi ricorda te, provocando un dolore sordo che col tempo ha iniziato a fare meno male, ma ritorna nei momenti più inaspettati, come una vecchia frattura quando cambia il tempo.
La "nostra" panchina, perché all'epoca avevo grandi speranze riguardo un "noi", speranze che poi, proprio come nel romanzo di Dickens, si sono se non dissolte almeno assopite; forse anch'io come Pip che alla fine incontra Estrella insieme ad un altro ed è felice per lei, un giorno ti incontrerò con un'altra e non farà più male, nonostante non sia mai stata davvero tua. In fondo Dickens è stato lo scrittore del "vero", magari ha ragione.
Ma per il momento non sono tanto fortunata, la tua assenza è sempre troppo più presente delle tue presenze e io vorrei parlarti raccontandoti com'è andata la mia giornata e sapere com'è stata la tua, sorridere quando con il tuo umorismo tagliente critichi qualcosa ed alzare gli occhi al cielo - divertita - quando sei assolutamente sicuro di aver ragione, così dolcemente presuntuoso. Vorrei non dover pensarci a lungo prima di inviarti un messaggio, per poi decidere di cancellarlo ancora prima di premere invio perché tanto non avrebbe senso; vorrei non aver paura di disturbarti, sempre e vorrei sorridere molto più spesso ricevendone uno tuo e ormai accade sempre più di rado, senza più la dolcezza dei tuoi "buongiorno" e "buonanotte piccola H". Vorrei ricevere ancora quegli sguardi che forse ora rivolgi alle tue amiche, ad un'estranea dai capelli blu che incroci per strada o ad una tua collega di università e vorrei non essere così gelosa per questo. Ma soprattutto ti vorrei nella mia vita, cazzo quanto ti vorrei.
Per ora resto seduta qui ancora un po', a ricordare il nostro primo bacio e il primo bacio in assoluto per cui io abbia davvero provato qualcosa; e mi sembra quasi di sentire la pressione delle tue labbra sulle mie, la nostra indecisione che poi sfociò in passione escludendo tutto il resto al di fuori di noi. Mi sembra ancora di sentire te.

giovedì 26 novembre 2015

Thanksgiving.

Tra alcune ore - a seconda del fuso orario - tutta l'America sarà seduta attorno ad una tavola imbandita di varie "squisitezze" - se tali le si può definire -, tra cui il posto d'onore sarà riservato ad un tacchino... morto, imbottito di castagne, verdura ed erbe e cotto al miele... una tale bontà che ho avuto il piacere di mangiare alcune volte e che ancora mi provoca i conati di vomito al solo pensiero. Inoltre milioni di tacchini sono stati ammazzati per rispettare una tradizione, ma d'altronde gli americani hanno ben altre morti sulla coscienza, così come gran parte del mondo occidentale... facciamo anche tutto.
Per cosa si può essere grati precisamente in questo periodo? Con il ricordo ancora vivido degli attentati a Parigi, o in Mali, della ricerca frenetica al terrorista a Bruxelles inquietantemente deserta in questi giorni, alla Francia che bombarda la Siria per "mirare la sede dell'Isis" ma uccide perlopiù civili e non si differenzia poi tanto dai terroristi, così come la Russia, o la Germania o qualsiasi altro Paese che ha deciso che rispondere alla morte con altra morte sia la cosa giusta da fare. Così adesso quelli che si autoproclamano "buoni" hanno fatto una guerra contro i "cattivi", ma chi l'avrebbe mai detto che erano così tanti i cattivi da eliminare.
Per cosa precisamente si dovrebbe ringraziare? Per il continuo stato di paura in cui siamo tutti? Paura che inizia ad essere quasi un'ossessione per cui si hanno ripensamenti sul viaggio con le amiche prenotato da mesi, o di andare a fare una passeggiata in Duomo, di avere uno straniero seduto accanto in metro, di vedere un concerto... paura che accieca tutti e rende insani...
Questa è una guerra, una guerra molto diversa da quelle fatte di trincee e strategie militari che si studiano nei libri di storia, questa è una guerra in cui non si sa contro cosa si combatte e perché e soprattutto come si fa a combatterlo.
Ma persino in un periodo così buio, forse qualcosa per cui essere grati c'è.
C'è che la rivalità tra Inghilterra e Francia che dura da secoli (dai miei ricordi accademici risale probabilmente a molto prima della Guerra dei Cent'Anni | 1337-1453), eppure dopo le stragi a Parigi l'Inghilterra ha cantato la Marsigliese in segno di pace e sostegno; c'è che due signori che hanno perso la figlia durante la strage, hanno dimostrato una forza ed una compostezza che dovrebbe essere d'esempio per tutti, lanciando un grandissimo messaggio di pace nello stabilire che il funerale di Valeria Solesin sarebbe stato laico ed aperto a qualsiasi persona di qualsiasi religione che avrebbe avuto voglia di unirsi al dolore della perdita, dichiarando inoltre che i terroristi che hanno ucciso Valeria non avranno il loro odio e in questo clima di sospetto, di chiusura delle frontiere, di accuse becere nei confronti degli stranieri come se "musulmano" inglobasse implicitamente la parola "terrorista", è la migliore vittoria che potessimo segnare a discapito dell'Isis, molto più forte di qualsiasi colpo di kalashnikov.
E se in un periodo così buio essere grati per cose banali può sembrare inutile ed inadeguato, in realtà credo che proprio le cose apparentemente banali possano essere un buon motivo per cui essere grati, d'altronde la felicità la si può trovare anche negli attimi più tenebrosi, se solo uno si ricorda di accendere la luce.
Perciò, nonostante il 2015 sia stato un anno di guerre e sangue e dolore per il mondo, non posso non considerarlo invece nel personale l'anno più bello, soddisfacente ed indimenticabile della mia vita, contro ogni previsione persino più bello del precedente.
Il 2015 è stato l'anno della mia laurea al DAMS, di vari viaggi di cui uno in particolare che resterà per sempre nel mio cuore in cui ancora sento gli odori della Serbia, il sapore della pljeskavica e la forza dell'amore; è stato l'anno del consolidamento di amicizie già incredibilmente forti e di abbandono di altre che si sono dimostrate false e sbagliate; l'anno in cui ho amato tanto e perso; l'estate di Rodi e delle meraviglie della [mia] Grecia ancora una volta, della pita, del mare meraviglioso, di un altro Tempio di Atena e di altri baci in lingue straniere; del tentativo di innamorarmi ancora, nonostante non fosse la persona giusta o il momento giusto (e nemmeno la me giusta); l'anno in cui ho dimostrato che il mio nome significa guerriera e che lo sono stata davvero tanto... Il 2015 è stato un anno intenso e bello oltre ogni aspettativa che si sta concludendo con una delle più grandi soddisfazioni: l'ammissione - e l'attuale frequentazione - del Master in Comunicazione Musicale.
Non importa se ho degli indesiderati "coinquilini" a sei zampe nella casa che ho affittato e che sta dimostrando chiaramente di non volermi nemmeno un po', nonostante assenze che tornano di tanto in tanto e fanno ancora male, nonostante le temperature che tocchino già lo zero ed a dispetto di occhi e pensieri cattivi ed invidiosi (non è vero ma ci credo!) che provano a buttarmi giù senza rendersi conto che io comunque sono più forte.
Io sono grata e ringrazio per questo fantastico 2015, e lo faccio oggi perché dell'America amo la cheesecake, i blue-jeans, Bob Dylan, la pista di pattinaggio al Rockefeller Center e la Route66, ma anche le festività e le tradizioni come questa (graziando il tacchino!), perché è importante anche fermarsi e fare un resoconto e soprattutto essere grati per ciò che di bello si riesce ancora ad avere.

venerdì 9 ottobre 2015

La distanza uccide l'amore

La distanza uccide l'amore, prima o poi.
Perché l'amore non può essere solo canzoni ascoltate in loop anche se fanno male, quel profumo così familiare e messaggi struggenti in cui compare sovente il "mi manchi" e non potrebbe essere altrimenti perché se la persona che ami è distante ti manca allo stesso modo in cui ti mancherebbe l'aria dopo svariati minuti in un posto chiuso e stretto.
L'amore ha bisogno di vedere. Di bearsi della imperfetta bellezza dell'altro, di perdersi nelle sfumature diverse degli occhi e pensare che al mondo non esistano occhi più belli di quelli nei quali riesci a perderti come se fossero un meraviglioso oceano; ha bisogno di vedere la curva delle labbra quando sorride e compiacersi di essere la causa di quel sorriso. Ha bisogno di vederlo collocato su uno sfondo reale ed essere consapevole che per quanto possa essere bello il panorama dietro, lui resta sempre più bello e più degno di tutte le tue attenzione e della meraviglia che ti provoca guardandolo.
L'amore ha bisogno di sentire. Perché quella canzone ascoltata in loop assume armonie diverse se ascoltata insieme, ricordando i momenti in cui quella musica aveva suonato la prima volta, di quel ballo indimenticabile davanti a degli spettatori ignari ed estranei; ha bisogno di ascoltare nuove canzoni da riprodurre successivamente per rievocare altri momenti alla memoria, di sentire il suono della sua risata e quello del suo respiro profondo mentre dorme ed infiniti altri suoni di sottofondo meno influenti. Di sentire soprattutto la sua voce e comprenderne le sfumature differenti.
L'amore ha bisogno di percepire gli odori. Ché quel profumo, anche se impresso nella tua mente in ogni alterazione della fragranza che lo compone, non sarà mai bello come sentirlo su di lui o sui tuoi vestiti dopo essere rimasta a lungo tra le sue braccia. Così come ha bisogno di sentire l'odore del mare o della pioggia. L'odore della sua casa così diverso da quello familiare della tua.
L'amore ha bisogno di assaporare. Perché il ricordo di un bacio, per quanto bello, non sarà che un'ombra sbiadita del sapore di quel primo bacio al gusto di cioccolata e di tutti gli altri che sono seguiti. Di sentire il gusto amarognolo delle pellicine che mangi durante il viaggio per l'ansia e l'attesa di rivederlo dopo tanto tempo. Del sapore di cibi improbabili che lui ti chiede di provare e che, contro ogni previsione, si rivelano davvero buoni.
L'amore ha bisogno di toccare. Non te ne fai niente di continuare a stringerti nella maglia che ti ricorda lui, hai bisogno di sentire sotto le tue mani la durezza delle sue spalle larghe e del petto, la decisione con cui ti abbraccia e, nonostante la sua forza, avvertire il modo in cui quello ti sembra il posto migliore al mondo; ha bisogno di percepire la ruvidità della barba un po' incolta, la morbidezza dei suoi capelli, delle sue labbra sulle tue, del suo corpo. Ha bisogno di intrecciare la tua mano alla sua, di saggiare la comodità di un letto estraneo, dei brividi provocati dal contatto, dello sfiorarsi involontariamente e volontariamente.
L'amore ha bisogno di consumarsi, di bruciare di passione, di litigare fino ad urlare, ché non te ne fai niente delle lettere o delle conversazioni su What's App dove è inutile che urli, che piangi, che imprechi, perché tanto lui non è lì. L'amore ha bisogno di ridere insieme, di "vaffanculo" gridati a pieni polmoni e di "ti amo" sussurrati appena; ha bisogno di "ci vediamo." e non "ci vediamo?" che è tutta un'altra storia. Ha bisogno di essere vissuto.
Ma l'amore è amore e sfugge dalle convenzioni, dagli obblighi e dalle imposizioni e non si lascia comandare ed esiste comunque, anche senza le sue necessità, perché si alimenta da solo e non ha bisogno poi di molto altro. L'amore è amore, nonostante tutto.
La distanza uccide l'amore. O almeno così dicono. Non so l'amore di chi, di sicuro non uccide il mio... Ma forse è l'amore ad uccidere la distanza.

[Sunset from Kalemegdan, Belgrade. 16.03.2015]