Helda meaning.

Helda /ˈɦeld̪a/: antico nome germanico che significa "guerriera".

lunedì 19 maggio 2014

#Nutella50bday

Ho visto un numero esorbitante di concerti in ventun'anni di vita, alcuni probabilmente non li ricordo neanche, altri invece più che visti, li ho vissuti dato che ero sul palco, ma una cosa non è mai cambiata: l'emozione che mi dà ogni volta la musica, che sia un po' distorta sul lato del palco o perfetta in mezzo al pubblico. I concerti sono per me una carica importante senza la quale sarebbe difficile continuare. Ho bisogno di vedere concerti ogni tanto, insomma.
A tre anni ho visto Bob Dylan al Palapartenope, ma non lo ricordo (mio padre che mi teneva in braccio, lo ricorda benissimo invece); ho visto quattro volte gli About Wayne ed una gli Electric Diorama, tre volte Laura Pausini e Luciano Ligabue (e tra poco saremo a quattro con Liga), due volte Avril Lavigne (se non si conta anche una volta a Piazza Dante per TRL on Tour), due volte i Finley, un concerto dei Blue, uno di Lee Ryan, uno di Enzo Avitabile, uno di Jesse McCartney, uno dei Sonohra, uno di Francesco De Gregori, uno di Giorgia, uno di Max Pezzali, uno di Lorenzo Jovanotti Cherubini, vari di Alex Britti, infiniti di Edoardo Bennato; per non parlare di due concertoni del Primo Maggio (visti sul palco), Festivalbar, TRL Awards e svariati concerti di MTV (quando era davvero Music Television) ed altri eventi del genere... E probabilmente non li ho comunque elencati tutti.
Sono stati tutti belli, ciascuno in maniera differente a seconda del periodo della mia vita in cui l'ho visto... Forse ora non andrei a vedere i Sonohra, ma all'epoca ero una ragazzina ed era giusto così. Ho però avuto la fortuna di conoscere moltissimi artisti italiani ed internazionali, di trovarmi nel backstage con loro e di poter parlare non come una fan, ma come "una di loro". Qualcuno ancora si ricorda di me e tutte le ammonizioni di mio padre che mi ha sempre voluta professionale in questo ambiente, sono servite a qualcosa.
Insomma, mi ritengo molto fortunata, ogni concerto ha lasciato dei ricordi indelebili... Ma credo che finora nessuno sia stato bello ed emozionante come il concerto di ieri di MIKA per la festa dei cinquant'anni della Nutella.
Ok, prima c'erano Simona Molinari, Almamegretta, James Senese, Arisa, Giuliano Palma, tutti più o meno bravissimi... Ma MIKA è stato incredibile!
E non importa che le persone con cui dovevo andare al concerto hanno dato forfait all'ultimo momento, che fossi da sola in mezzo a una cifra di persone (i vari articoli che ho letto stamattina parlano di centomila persone), che cercavo visi conosciuti tra la gente ed alcuni li ho trovati (non chi avrei voluto però)... All'inizio pensavo che non avrei mai potuto sentirmi più sola di così, invece era esattamente il contrario, non ero sola, ero con centomila persone circa che cantavano, urlavano e saltavano insieme a me e sticazzi se non le conoscevo, ho fatto amicizia, ho riso comunque e mi sono goduta incredibilmente il concerto. E vaffanculo a tutto il resto.
Conserverò accuratamente i ricordi di ieri sera, ad ogni modo. Ricorderò le mie urla che mi hanno resa afona oggi, le lacrime, le canzoni dedicate mentalmente, i sorrisi, la semplicità e l'incredibile talento di MIKA. Insomma, ricorderò tutto. 
E sono felice di aver speso i soldi del biglietto del treno per fare questa veloce fuga a Napoli sebbene sia impegnata con lo studio e gli esami imminenti. 
Domani tornerò nella mia amata Bologna senza però smettere di pensare a quanto Napoli ieri fosse stata bella e magica, riflettendo a pieno il titolo di città più bella del mondo!

sabato 10 maggio 2014

Come quel paio di ballerine.

Essendo un pericolo per me stessa con il mio equilibro di Bambi sul ghiaccio, tendo ad evitare le scarpe alte. Sì, certo, ogni tanto le metto quando è un'occasione particolare e da qualche anno mi sono convertita almeno ai sandali che hanno una decina di centimetri di tacco, ma di solito non sono molto a mio agio su queste altezze.
Perciò, quando non è estate e non è un'occasione particolare, giro con le All Star o con gli anfibi, oppure in questi periodi, con le bamboline.
Sono molto carine ed indossate correttamente possono anche essere eleganti, ma hanno un difetto: all'inizio fanno un male allucinante.
Quest'anno, quando è scoppiata quell'anteprima di primavera - in anticipo -, ho dato un'altra possibilità a questo tipo di scarpe.
La prima volta che le ho indossate, sono tornata a casa che quasi piangevo dal dolore, avevo la morsicatura dietro entrambe le caviglie ed una quasi sanguinava. Una scena horror insomma.
Spesso le cose belle fanno male, ma non per questo smettono di essere belle.
Suonare il violino, ad esempio, è stata una delle cose migliori che abbia fatto nella mia vita, ma quando ho iniziato, senza aver mai toccato prima uno strumento e con le dita delicate, il dolore era forte e il suono era terribile, soprattutto quando non passavo la pece sull'archetto ed iniziavo a mettere il primo dito sul MI. Un rumore peggiore del gesso sulla lavagna.
Poi ho imparato, il suono è diventato prima accettabile e poi bello e alla fine mi si sono formati i calli da musicista e non importa che ora abbia smesso di suonare, resta comunque legato alla parte migliore di me.
Anche amare è una parte migliore di me e probabilmente di tutti. Amo incondizionatamente e questo inevitabilmente porta a soffrire; ci ho messo un po' per capire che donare tutta me stessa ad una persona - che sia un ragazzo o le amiche con cui sono cresciuta - significa innanzitutto rischiare. Rischiare che i muri che ho innalzato vengano distrutti da una Miley Cyrus impazzita che dondola su una palla demolitrice. Rischiare di voler a tutti i costi prima il bene di quella persona e poi il mio. Rischiare poi di soffrire.
Va bene così. Nel momento stesso in cui capisco di voler amare in quel modo, ne accetto anche le conseguenze. E ce ne sono state, forse mi hanno fortificata ed adesso col cazzo che Hannah Montana può rompere i miei muri così facilmente, ma forse mi hanno allo stesso tempo resta più fragile. Questo non significa che non rifarei esattamente la stessa cosa.
La rifarei comunque, allo stesso modo.
Per questo ho continuato a mettere quelle ballerine, ho capito che avrei avuto bisogno dei cerotti per poterle indossare ancora ma non le ho dimenticate in un angolo remoto della scarpiera. E alla fine le ferite si sono rimarginate ed ora che è passato del tempo, hanno persino smesso di fare male anche senza i cerotti, sono un po' più consumate, ma sono finalmente diventate comode e belle. Certo, dietro la caviglia ci sono ancora i segni della morsicatura e delle altre formatesi nel corso degli anni, ma semplicemente mi ricordano che, nonostante il dolore, si continua a camminare. Finchè non passa.
Per questo oggi ho comprato un nuovo paio di ballerine - rosse - ed ho preso anche i cerotti!
Per un attimo avete temuto che avessi improvvisamente deciso di diventare una fashion blogger, eh? Tranquilli, non ne sarei capace comunque. Nel caso però vi interessasse un blog del genere, vi consiglio vivamente Le baiser de la mode di due mie amiche che secondo me è davvero il top in materia!


martedì 6 maggio 2014

Figlia di Atena.

Dall'unione di Crono e Rea nacquero diverse divinità le quali, a causa di una profezia che diceva che il re dei Titani sarebbe stato spodestato dal suo potere per mano di uno dei figli, furono divorati dallo stesso appena dopo la nascita. Perciò Rea affidò l'ultimo figlio alle protezioni delle Ninfe dei boschi nascondendolo ad Ida. Zeus, crebbe forte ed intelligente, perciò quando venne a conoscenza della storia, decise di affrontare il padre, costringendolo prima a vomitare i figli ingoiati (Poseidone, Ade, Era, Demetra, Estia) e poi con l'aiuto dei suoi fratelli, dei Ciclopi e dei Centimani, i Titani furono segregati nel Tartaro, la parte più profonda degli Inferi. Nacquero così gli Dei dell'Olimpo; i tre fratelli più importanti si divisero il regno: Zeus divenne perciò il signore del cielo, Poseidone il signore del mare ed Ade il signore del mondo sotterraneo. Tutti gli altri Dei si occupavano delle più svariate attività ed erano tutti importanti a loro modo per l'Olimpo.
Secondo alcune leggende, dall'unione tra una divinità ed un umano, nascevano gli eroi e a me piace pensare alle persone con cui mi relaziono come "figli" di qualche dio greco; di solito tendo ad innamorarmi dei figli di Apollo o di Ermes, mi scontro con quelli di Ares e mi trovo abbastanza bene con i figli di Artemide.
E a volte mi chiedo io di chi potrei essere la discendente. Non posso certo considerarmi un'Afrodite, non sono nè così bella nè così superflua, ma conosco vari figli di questa dea ed ho visto molti innamorarsi di loro; l'amore per le arti a volte mi fa pensare che potrei essere figlia di Apollo, ma anche lui è troppo bello e decisamente troppo vendicativo...
Poi mi fermo a pensare... Il mio animale preferito, insieme al cerbiatto e al gatto, è la civetta; mi considero moderata e riflessiva, decisamente più saggia di quanto vorrei; il mio nome in tedesco significa guerriera ed ho una fobia incontrollata per gli aracnidi (oltre che per gli insetti).
"Tutti i figli di Atena avevano paura dei ragni. Molto tempo fa, Atena aveva insegnato ad una tessitrice mortale, Aracne, ma a causa del suo orgoglio, le impartì una dura lezione maledicendola e trasformandola nel primo ragno. Da allora, i ragni hanno odiato i figli di Atena."
Atena è nata dalla mente di Zeus già adulta ed armata per la guerra, è la dea prediletta del re dell'Olimpo proprio grazie alla sua saggezza ed astuzia, perciò la civetta - simbolo di saggezza - è un animale a lei sacro; è inoltre versatile nelle arti minori e si occupa dell'aspetto più nobile della guerra.
Ecco, Atena è esattamente il tipo di divinità di cui io potrei essere figlia e, sinceramente, tra l'avere una bellezza capace di far incantare tutti e l'essere intelligente, preferisco decisamente immaginarmi con un libro in mano piuttosto che innamorarmi del mio riflesso allo specchio.
(E poi non si spiegherebbe perchè sia terrorizzata di tornare nella mia camera dopo aver visto un grosso ragno sul soffitto!)

venerdì 25 aprile 2014

Risposte.

Non ricordo di essere stata una bambina che faceva molte domande, sono sempre stata molto curiosa sì, ma cercavo di scoprire da sola le cose anzichè ottenere delle risposte da qualcuno. Forse perchè ho sempre mostrato una certa diffidenza nei confronti degli altri. Credo di essere sempre stata una brava osservatrice e questo mi rende abbastanza incline ad evitare le domande. Sia a farle che a riceverle, ad essere sincera. Però sono più brava a fornire delle risposte, piuttosto che fare delle domande.
Osservare mi permette di trovare da sola delle risposte, a volte incredibilmente esatte, altre volte totalmente e disastrosamente sbagliate; è l'aspetto negativo del voler sempre cavarsela da soli, contando solo sulle proprie forze.
Questo non vuol dire che le risposte che tendo a darmi da sola non possano cambiare se osservo qualcosa da un altro punto di vista, anzi direi che le mie risposte cambiano continuamente.
Ultimamente però mi sono resa conto di avere molte più domande ed osservare non mi basta più perchè - soprattutto in certi casi, soprattutto per certe persone - tendo a darmi delle risposte catastrofiche, qualcuno mi ha detto che devo fare i conti con il suo lato pessimista, ma sono sicura che il mio è infinitamente peggio. Per cui ho bisogno di porre delle domande agli altri che risultano piuttosto un terzo grado in cui probabilmente io sembro una psicopatica/insicura/rompiballe e comunque le risposte che ottengo non sono soddisfacenti. Più che altro perchè, essendomi precedentemente data una risposta catastrofica, quelle che ottengo dall'esterno sono decisamente in contrasto con le mie e allora tendo a non fidarmi, a pensare che in realtà quella risposta non è altro che un "contentino" e ritorno alla mia ipotesi degna di una diretta discendente di Giacomo Leopardi... Anzi, per Leopardi dalla lava del Vesuvio nasce la ginestra, oltre la siepe c'è l'infinito e questa può quindi essere superata; invece per me c'è una muraglia che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia, un muro invalicabile.
E poi, in questi giorni in cui sento un enorme punto interrogativo sulla mia testa - come nei fumetti -, ho ritrovato un oggetto improbabile: il libro delle risposte in versione tascabile. È l'oggetto più inutile che esista al mondo probabilmente e, il motivo per cui io lo possegga, è per me un mistero. Ad ogni modo, nel mio bisogno di ottenere risposte, ho aperto più volte a caso le pagine di questo piccolo oggetto del male ottenendo delle risposte che hanno suscitato in me varie reazioni: in un primo momento avrei voluto scaraventare il libricino fuori dalla finestra, poi - visto che in certi casi le risposte lette erano peggiori di quelle che avevo formulato nella mia mente - ho iniziato a pensare che il libro avesse in qualche modo ragione, per cui la forte oppressione al petto non ha fatto che aumentare trascinandomi ancora di più nello sconforto ed aumentando così il bisogno di risposte.
Un uroboro insomma... Tipico di me.
E pensare che sarebbe tutto molto più facile se solo mi limitassi a chiedere a qualcuno...

lunedì 21 aprile 2014

Noah

Grandissimo film.
Non andavo al cinema da qualche mese ormai e tornarvi per vedere un film così bello è stato più che appagante. E, quando un film mi colpisce così tanto, allora non posso non parlarne qui.
Cercando di non fare troppo spoiler, la storia è una rivisitazione in chiave un po' fantasy-fantascientifica del passo dell'Antico Testamento dell'Arca di Noè. (Non me ne vogliate, ma sono piuttosto al digiuno di testi sacri, per cui non so bene se si possa parlare di "passo", ma sono quasi certa che questa storia si trovi nell'Antico Testamento. Ad ogni modo sono ben accette correzioni su questo argomento che ignoro particolarmente.)
Non parlerò della trama perchè, a parte che è facilmente intuibile visto l'argomento abbastanza famoso, inoltre è anche facilmente rintracciabile in Internet; per cui volevo innanzitutto soffermarmi brevemente sul cast, man mano che i vari personaggi si succedevano sullo schermo, non ho potuto fare a meno di esclamare un sonoro wow. Insomma, Russell Crowe, Antony Hopkins, Emma Watson, Logan Lerman, Douglas Booth... tutti insieme nello stesso film, direi che non è affatto poco. E poi lasciate che la Potterhead che è in me dica la sua: Emma Watson è una grandissima attrice.
Più che gli effetti speciali, ciò che mi ha colpito molto del film a livello tecnico sono state le immagini fatte a computer che, a mio dire, sono davvero notevoli ed ho apprezzato particolarmente anche la colonna sonora, molto pertinente rispetto ad ogni scena.
Ciò che però ho amato di più è stato il messaggio che Darren Aronofsky - il regista - ha voluto lasciare, o che forse io ho arbitrariamente letto, ovvero la crudeltà dell'uomo, al di là della "favola religiosa" che era inevitabile visto il tema e che poi può essere discutibile a seconda di quello in cui si crede o non si crede.
L'essere umano viene presentato soprattutto in tutte le sue accezioni negative, nella sua brama di potere che porta inevitabilmente alla distruzione di tutto, dalla natura agli animali, fino ad arrivare alla guerra tra uomo contro uomo, fratello contro fratello, esattamente come Caino che ha ucciso Abele. L'emblema di questo tipo di umanità dedita solo all'odio e alla violenza è Tubal-Cain - il cattivo per intenderci, nonchè discendente della stirpe di Caino - che si fa beffe delle decisioni del "Creatore", che considera l'uomo l'essere superiore e che perciò ha il diritto di sfruttare a suo piacimento le risorse della natura e di uccidere gli animali che non sono altro che esseri dovuti all'uomo, di sua proprietà e chiunque cerchi di opporsi a questa cattiveria, al sangue che scorre a causa della presunzione dell'essere umano, allora merita di morire a sua volta. Insomma Tubal-Cain si sente a sua volta un dio e, in quanto tale, sostiene di poter decidere della vita o della morte di qualsiasi essere vegetale, animale e umano.
In lui riconosco gran parte dell'umanità, da Putin a qualsiasi altro dittatore della storia, a coloro che si scagliano contro chi sostiene che uccidere così tanti agnelli a Pasqua solo per compiacere una stupida tradizione sia una sciocchezza, alle decisioni di sotterrare le scorie tossiche e l'immondizia nei campi tra Napoli e Caserta e così via... Insomma, l'essere umano è così e, sebbene ci siano tanti Noah, Naamah o Ila a riscattare l'umanità, purtroppo non bastano a redimerla totalmente e allora ecco che il diluvio è necessario per salvare la Terra e tutti i suoi abitanti innocenti ed è per questo che nell'Arca ci sono due esemplari per ogni specie animale, ma Noah si rende conto che l'uomo è destinato a morire.
L'essere umano non è superiore a tutto il resto, questo pianeta non è soltanto nostro e non siamo i padroni di tutto. Quando finalmente inizieremo a capire che siamo uguali a tutti gli altri animali e che la nostra intelligenza superiore, il pollice opponibile o la parola non ci rendono più importanti delle altre specie e non hanno niente di superiore; quando ci renderemo conto che la natura è tutto ciò che realmente abbiamo e che distruggendola non facciamo altro che distruggere ulteriormente noi stessi e quando finalmente smetteremo di imporci gli uni sugli altri per decidere chi è il migliore, allora forse potremo salvarci e questa "salvezza" non ha nulla a che fare con il giudizio universale, con il paradiso o con qualsiasi altra cosa legata alla religione.
Ma finchè ci sarà qualcuno che dirà "gli animali sono solo animali ed è giusto che noi li uccidiamo per servircene in qualsiasi modo", finchè si preferirà un altro parcheggio al posto del Parco Robinson e finchè continueremo ad avere questa presunzione di essere superiori a tutto e di avere diritto a tutto, allora non saremo altro che più inferiori di qualsiasi altro animale e il diluvio sarà necessario.

martedì 1 aprile 2014

C'eri tu.

C'ero io e c'eri anche tu.
C'eravamo noi e c'era il nostro sentirci sempre. E c'erano anche le mie speranze, i miei innumerevoli film mentali su un noi che esisteva solo nella mia mente.
E c'era pure l'ansia di vederti per un tempo che durasse più di un battito di ciglia.
C'era il mio stomaco accartocciato per l'ansia e il mio cuore che ha fatto una capriola quando ti ho visto; c'erano i tuoi occhi su di me e la voglia incredibile di abbracciarti, nonostante tutta quella gente, nonostante tutto.
C'era la voglia di girarmi ripetutamente e sfacciatamente verso di te.
C'era la musica, bella e il cuore che batteva a ritmo della batteria.
C'era il mio ciao, veloce, segreto, che racchiudeva tutte le parole non dette che però aleggiavano nell'aria. C'era la mia mano che avrebbe cercato la tua con la consapevolezza che le persone l'avrebbero nascosta.
C'era il mio sorriso alla fine e l'adrenalina che quella notte non mi aveva fatto dormire.
E c'era molto altro.
C'eri tu.

domenica 30 marzo 2014

La stiamo perdendo...

La stiamo perdendo, carica a cinquanta.
Sono state due settimane frenetiche, ancora mi porto dietro lo stress per aver preparato e dato due esami nello stesso giorno e tra poco ne darò un altro a distanza circa di quattordici giorni. E se tutto va bene come spero, significherebbe avere un numero poco elevato di esami che mi dividono dalla laurea. Certo, ammesso che sia illuminata sulla via di Damasco e anzichè ottenere la fede, mi venga invece consegnata una maggiore conoscenza di fisica e quindi di acustica musicale. Ma ne dubito. Non ho il cavallo e in realtà non ricordo nemmeno bene dove sia Damasco.
Ad ogni modo sento quell'adrenalina fastidiosa che precede e succede gli esami e di cui avrei voluto liberarmi almeno per un po' prima di avvertirla ancora. E nel frattempo continuo a leggere, passando così gran parte della mia giornata a contatto con i libri, tra quelli per gli esami e quelli che mi concedo come piacere personale.
Leggo come un'ossessa, come se fossi drogata dell'inchiostro stampato sulla carta ruvida e del suo incredibile ed unico profumo. E in effetti non mi rassicura tanto il fatto che in due post di seguito (scritti in un tempo abbastanza dilatato rispetto ai miei standard), io stia parlando di libri e di quanto sia assuefatta dalle storie.
Libera!
Mi rendo vagamente conto che è uno di quei periodi in cui mi sento allo stesso tempo frenetica ed accidiosa. Probabilmente è colpa di marzo, non è uno dei mesi che più preferisco a causa dei capricci del meteo che per una meteoropatica come me non sono proprio il massimo. Per cui mi ritrovo in un momento a studiare freneticamente, l'attimo dopo leggo altrettanto freneticamente, poi vorrei scrivere e fare altre cento cose, ma già le prime due mi risucchiano così tanta energia che alla fine vago per casa con delle occhiaie terribili, la mente piena di parole diverse e dissonanti tra di loro ed un gran mal di testa.
E per di più sento di aver bisogno di una vacanza, l'idea che manchi quasi un mese a Pasqua è quasi insopportabile, soprattutto perchè i quattro giorni passati a Napoli la settimana scorsa subito dopo gli esami, sono stati frenetici esattamente come quelli che li hanno preceduti e anche come quelli dopo. E non ho avuto il tempo di fare nemmeno la metà delle cose che avrei voluto e di vedere le persone che desideravo vedere.
Ma si tiene botta. Nel frattempo spero sul serio che la fisica penetri nella mia testa come per magia e che il potere della botta di culo mi assista, almeno per una volta.
In fondo ci sono esami per cui bisogna solo studiare ed apprendere, ma quando questo non è possibile allora non si può fare altro che sperare nel fattore C.


Si sentiva irrequieta. Lavò accuratamente i piatti mentre la lavatrice centrifugava quella massa colorata e informe di vestiti e si concesse di stenderli minuziosamente dopo aver pulito la cucina, indugiò su ogni vestito cercando di non sgualcirlo e per alcuni provò anche ad abbinarli al colore delle mollette.
Probabilmente se qualcuno l'avesse osservata dall'esterno avrebbe pensato che fosse un po' svitata, non era del tutto certa di poter confutare quella tesi. Forse lo era davvero.
Entrò nella sua camera con quell'opprimente sensazione di vuoto che si ingigantiva nel suo petto minacciando di inghiottirla in un'oscurità perenne. Si sentiva incompleta, come se le mancasse qualcosa. Qualcosa di importante, una parte di se stessa, come una gamba o una mano. 
Tamburellò impaziente le dita sul compensato color ardesia della scrivania cercando in vano una distrazione. Sapeva che nulla avrebbe potuto distrarla; l'unico modo per far sparire quella sensazione sarebbe stato soddisfarla.
Alla fine decise.
Aprì l'anta in legno chiaro del suo armadio e prese a caso un paio di jeans, dopodichè aprì un altro ripiano del mobile e scelse una maglia. In altre circostanze la scelta dei vestiti che avrebbe dovuto indossare avrebbe richiesto un tempo molto superiore, ma in quel momento non importava. Le mancava. Quella era l'unica cosa che importava. Si vestì velocemente nell'angusto bagno lasciando la porta semiaperta e, sebbene avesse fretta di colmare finalmente quell'assenza, il suo moderato narcisismo ebbe la meglio su di lei, così indugiò qualche minuto passando del mascara sugli occhi e del phard sulle sue guance pallide. Il suo riflesso allo specchio le restituì un'occhiata severa, quasi accusatoria, soffermandosi sulle ombre scure che aveva sotto agli occhi e che ne scurivano ulteriormente il colore. Sapeva che anche il migliore dei correttori non le avrebbe coperto quelle occhiaie e comunque non aveva importanza.
Tornò nella sua camera infilando a caso delle cose nella borsa mentre in equilibrio su un piede, infilava la scarpa sull'altro, poi prese un cappotto che indossò quando era già alla prima rampa di scale del palazzo in cui abitava.
Percosse rapidamente quella strada familiare, avrebbe potuto farla ad occhi chiusi e in quel momento sembrava frenetica come avrebbe potuto esserlo un cocainomane che raggiungeva lo spaccio più vicino. Ogni passò che faceva diminuiva la distanza da lui.
Ne percepiva già l'odore e la sua dolce ruvidezza al tatto, sapeva che non se ne sarebbe mai stancata.
Arrivò quasi ansimante per il passo accelerato, non era nemmeno del tutto consapevole di quanto tempo avesse impiegato, si era diretta lì come se fosse un automa. 
I suoi occhi la fissarono sorpresi tra la gente, l'avrebbe riconosciuta dovunque e non poteva essere altrimenti. 
— Signorina, già di ritorno? Ne ha preso uno solo ieri pomeriggio.
Lei sorrise un po' imbarazzata poggiando il libro sul bancone — Non avrei potuto aspettare oltre.
[Tratto da le avventure di Helda, riportate sulle note della sua pagina Facebook]